L’espulsione degli Ebrei di Sicilia

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”La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere”- Amsschel Mayer Rothschild, 1773


 

È il 18 giugno 1492, un editto di Ferdinando il cattolico impone senza condizioni che gli ebrei devono abbandonare per sempre la Sicilia entro tre mesi, pena la morte.

Festa dei giudei San FratelloGli ebrei erano vissuti in Sicilia dai tempi biblici e in ogni modo la Trinacria era stata una delle terre più importanti dove si erano fermati, partiti dalla Palestina [1] all’inizio della diaspora nel 70 d.C. La Sicilia è stata abitata, fino all’anno 1492, da un numero d’ebrei, in percentuale alla popolazione residente, superiore a quelli presenti in qualsiasi altra regione o stato europeo o del bacino del mediterraneo. Le percentuali di presenza nel territorio siciliano purtroppo non sono certe, ma esse oscillavano da un minimo del cinque percento per città ad un massimo del cinquanta percento, che si raggiunse nella città di Marsala. La cifra approssimata più esatta dovrebbe uscire da nuovi studi, controversa è la stima che fanno diversi storici. Ferdinando il cattolico e Isabella di Castiglia presero una decisione grave e così importante che in seguito ebbe sviluppi tragici nell’economia del regno spagnolo e in Sicilia allora già vicereame.

Nel 1492 Ferdinando il cattolico era entrato vincitore nella città di Granada: aveva vinto la guerra di reconquista contro i musulmani. La Spagna era stata liberata definitivamente dall’infedele popolo arabo. Gli ebrei avevano finanziato la guerra di Ferdinando il cattolico contro i mussulmani di Spagna, ma avevano anche segretamente aiutato economicamente il governo islamico contro lo stesso Ferdinando. Non potevano sottrarsi alle richieste dell’imperatore in quanto, gli ebrei da sempre piccoli e grandi banchieri, erano in ogni caso un popolo sottomesso. Avevano finanziato segretamente il governo musulmano in Spagna perché riconoscevano ai musulmani una disponibilità ed una tolleranza nei loro confronti certamente più favorevole dei governanti cattolici. I fatti storici successivi confermeranno che la preoccupazione non sarà infondata.

Bisogna aggiungere che gli ebrei erano sempre considerati come gli eredi di quel sinedrio che aveva condannato Gesù alla morte. Un pregiudizio che agli ebrei è costato una persecuzione ingiusta e fino ad oggi, viva nell’immaginario collettivo. Perseguitati durante la lunga occupazione della Palestina nel periodo della dominazione romana, perseguitati o mal tollerati dai cristiani dopo che l’imperatore romano Costantino decise, nell’anno 313 d.C. con l’editto di Milano, di considerare per legge la religione cristiana religione di stato, gli ebrei di Spagna e di Sicilia erano sempre in contrasto con i cristiani, gli scontri più sanguinosi avvenivano durante la settimana santa. Le prediche di monaci domenicani e francescani riscaldavano i fedeli che spesso uscivano dalla chiesa e invece di predicare il vangelo iniziavano vere cacce all’ebreo che finivano con violenze e omicidi.

Esempio eclatante di strage avvenne nella città di Modica nel 1478, dove gli abitanti di Modica uccisero numerosi ebrei, numero controverso che alcuni storici fecero arrivare fino a 400. Un antichissimo proverbio raccolto dal Pitrè ricorda ancora che:

pri la Bammina (8 settembre)
lu sangu a lavina (Modica)

(Giuseppe Pitrè seconda raccolta dei proverbi siciliani ed. brancato 2002 pag.151 al capitolo: meteorologia, stagioni, tempi dell’anno).

Quando andava bene i cristiani e gli stessi ebrei si limitavano a sassaiole che qualche storico ha definito “sante”. Gli ebrei erano inoltre particolarmente odiati in quanto praticavano il prestito di denaro su pegno, e segretamente il prestito usuraio con interesse oltre il 10%, che era il limite ammesso in quel tempo dalle autorità spagnole. Una ragione che preoccupava molto i governanti spagnoli, fu che gli ebrei stavano facendo sempre più proseliti fra i cristiani, forse attirati dalle migliori possibilità economiche e dalle attività che gestivano con successo.

C’erano argomenti a sufficienza. Di fronte all’editto di espulsione, se si decideva di rimanere, bisognava chiedere il battesimo e convertirsi definitivamente cristianesimo. Si doveva accettare il Cristianesimo o abbandonare la Sicilia e la Spagna, vendere i beni mobili ed immobili entro tre mesi, oppure rimanere e rinnegare l’antica fede. La quantità d’ebrei che uscita dalla Sicilia non è stata mai accertata neanche con una credibile approssimazione. Si può solo affermare che probabilmente i poveri preferirono cercare nuove terre, molti ricchi ebrei si convertirono apparentemente al cristianesimo.

Festa dei giudei San FratelloLa vendita probabilmente veniva fatta con premura e con premura non si fanno mai buoni affari specialmente se i compratori sanno la grave situazione in cui si trovano i legittimi proprietari diffidati ad andarsene. Molti andarono a Napoli, altri certamente in nord-africa, nella città di Salonicco, nelle isole del Dodecaneso, altri sparsi per il mondo come vuole una tradizione antica e modernissima che vede questo popolo perseguitato ed errante in tutte le direzioni.

Il sultano ottomano inviò in Spagna e Sicilia, a più riprese, un’intera flotta per accogliere come profughi in Turchia i giudei cacciati, questa terra ed in particolare Istanbul sono ancora abitate dagli eredi di Spagnoli e Siciliani emigrati. Non fu solo un atto d’umanità, ma le autorità turche si resero conto della grand’utilità economica che gli ebrei avrebbero significato.

Chi rimase in Sicilia finse d’essere cristiano, ma segretamente cercava di mantenere gli usi, le tradizioni, ma soprattutto di rispettare la religione ebraica e le cerimonie ad essa connesse.

Gli ebrei erano considerati un popolo destabilizzante per il potere spagnolo, non si poteva tollerare che la finta conversione passasse inosservata e impunita, le autorità spagnole temevano veramente il potere economico degli ebrei e la capacità di far adepti per la loro religione per questo erano sottoposti sempre ad imposizioni fiscali a volte addirittura umilianti e le richieste di pagamento dei “balzelli” mettevano a dura prova le loro capacità finanziarie. I governanti spagnoli e non, in tutti i tempi, avevano preso a piene mani dalle tasche degli ebrei. Ricorderemo l’imposta della gezia o jizia creata contro di loro dagli arabi ma mantenuta anche dopo da governanti Normanni. Fino ad oggi a Catania esiste una Via Gisira che non è altro che la strada o il luogo che ricorda dove era riscossa la tassa ad esclusivo carico della comunità ebraica. Nonostante queste risorse economiche sempre disponibili, le autorità spagnole preferirono l’espulsione dai loro territori. Un gesto di fondamentalismo cattolico.

Dopo alcuni anni esattamente nel 1506 fu rinvigorita la santa (?) inquisizione, mai abolita, che da quel momento assunse le caratteristiche d’inquisizione spagnola e che fino ad oggi c’è ricordata come un’istituzione particolarmente severa e spietata nei confronti dei cosiddetti marrani.

Il grande inquisitore Torquemada fu strumento in mano al potere politico, fu il “cattivo” che si scagliava con livore irresponsabile fomentando la crociata antigiudaica. Le crudeltà vere furono condivise dal re Ferdinando che amministrava il potere temporale ultimo, in altre parole applicava la “sanzione” cioè il rogo o pene minori come il carcere, le frustate, la confisca dei beni. I papi e le autorità dello stato pontificio non condivisero la severità dell’inquisizione spagnola, la prova fu che accolsero una quantità notevole di fuggiaschi dalla Spagna e dalla Sicilia. In seguito anche i Papi vennero “alle mani” con gli ebrei di Roma e decideranno la loro espulsione. Espulsioni che si finiranno dopo pochi anni col ritorno degli ebrei. Nell’altalena fra amore e odio, gli ebrei rimasero definitivamente nella città eterna, e, fino ad oggi il ghetto ebraico è un quartiere di Roma con una grande sinagoga.

I siciliani e i catalani fondarono scole o sinagoghe con riti diversi, esistenti in Roma fino all’inizio del 1900. Esistevano in Roma cinque sinagoghe, e una di queste era di rito siciliano. Un incendio, probabilmente non doloso, distrusse dette scole romane nel 1906.

Nel regno di Spagna e nel viceregno di Sicilia, gli ebrei falsamente convertiti scatenarono la reazione dei custodi della fede cattolica. Marrani erano definiti i neofiti ex ebrei che in realtà non avevano mai abiurato veramente, lo scopo degli inquisitori spagnoli e siciliani, era quindi quello di scoprirli. Certamente l’inquisizione spagnola in Sicilia prendeva ad esaminare anche casi diversi come: magia, stregoneria, eresia protestante, blasfemia. Nello studio di Francesco Renda: I marrani in Sicilia (Storia degli ebrei in Italia, ed. Einaudi 1996-vol.1° pag.686) sono evidenziati i dati che seguono e che si riferiscono all’attività dell’inquisizione di Spagna in Sicilia dal 1500 al 1782.

Vi furono in Sicilia 6211 condannati, i giudeizzanti 2098, i luterani 395, i mori e i rinnegati 608, gli eretici vari 100, negromanti e streghe 852. Nello stesso periodo e in altre parole dal 1500 al 1782 i bruciati sul rogo furono 584, quali: 473 giudei, 74 protestanti, 17 mori e rinnegati, 11 eretici vari, 4 obiettori del sant’officio.

Per quanto tempo segretamente fu professata la religione ebraica in Sicilia dopo il 1492, non è facile a determinarsi. Possiamo certificare l’antica presenza ebraica da molti cognomi rimasti in uso fra i siciliani e nomi di strade e toponimi ancora esistenti che certificano la numerosissima presenza di questo popolo. Molti storici si sono interessati alla storia della cacciata degli ebrei di Sicilia cercando di scoprire perché questa tragedia accadde e quanti furono gli ebrei che abbandonarono realmente la Sicilia, le loro case, le attività ben avviate e soprattutto i luoghi dove nacquero e avevano vissuto. Il monaco inquisitore Giovanni di Giovanni nel 1748 e i monaci fratelli Lagumina nel 1885, scriveranno sui giudei di Sicilia con documentata penetrazione. I loro libri diventeranno gli studi da cui partire per le successive ricerche e in ogni modo due libri che sono fondamentali per affrontare quest’argomento. Com’è facile considerare, Giovanni Di Giovanni e Giuseppe e Bartolomeo Lagumina appartenevano al clero cattolico; non misero in buona luce la civiltà ebraica di Sicilia. Le ricerche storiche fino ad oggi continuano ad appassionare e l’argomento non è chiuso, sebbene molti storici, sulle cose e vicende di Sicilia, hanno abbiano approfondito quest’avvenimento.

Tutti riconoscono che la perdita dei giudei di Sicilia fu un fatto grave per l’economia dell’isola. (Denis Mack Smith, Lodovico Bianchini), perché gestivano attività importanti in alcuni casi faticose, ma sempre a buon reddito. Avevano in loro mano buona parte dell’economia commerciale e soprattutto quella bancaria e finanziaria del regno e del viceregno di Sicilia, anche se questo privilegio non era esteso a tutta la comunità giudaica di Sicilia. Oltre all’attività di prestito di denaro e alle attività commerciali, avevano aziende nell’attività della concia delle pelli (cunziria di Vizzini), lavorazione del ferro, lavorazione della seta, coltivazione della canna da zucchero (Savoca), produzione di maioliche (Naso). Numerosi gli ebrei di Sicilia nella professione medica con una presenza sorprendente anche di donne, come l’ebrea Verdimura di Catania e Bella di Paja di Mineo (vedasi a pag 39 del libro: “Medici e medicina a Catania dal quattrocento ai primi del novecento” a cura di Mario Alberghina, ed. Maimone 2001). Le donne non erano solo specializzate in ginecologia. Ben 52 erano le giudecche esistenti con 60 sinagoghe ben localizzate (Studi e ricerche della facoltà d’architettura di Palermo, pag 323 del primo tomo in “Storia degli ebrei d’Italia” ed. Einaudi 2001) e oggi si possono ancora vedere i luoghi che testimoniano la loro presenza se proviamo a fare una passeggiata in Sicilia e cercare di scoprire ciò che è rimasto di questa civiltà, ci sorprenderà la presenza di e le numerose testimonianze ancora visibili. Un resoconto affascinante ed attendibile lo troviamo nel libro di Nicolò Bucaria: “Sicilia judaica”, ed. Flaccovio 1996, un libro d’archeologia medioevale e non di storia.

A queste segnalazioni elenco di seguito testimonianze possibili per considerazioni intuitive o tracce d’attività e nomi di luoghi che fanno sospettare detta presenza.

Palermo era la città con il numero di giudei residenti più numerosi. Una sinagoga tra le più belle e più grandi della Sicilia. Ci rimane un chiaro disegno pubblicato di recente nel libro edito da Einaudi negli annali della storia d’Italia (op.cit. pag 326-327). La sinagoga di Palermo si trovava in Piazza Meschita e il ghetto era compreso tra le vie San Cristoforo, Calderai, Maqueda, Giardinaccio. Gli ebrei nel medioevo siciliano chiamavano “meskita” le sinagoghe, termine utilizzato per rispetto nei confronti dei musulmani che chiamavano e chiamano “moschee” i loro luoghi di culto.

Siracusa città dove era presente un’altra importante comunità, anch’essa limitata e controllata nel ghetto dell’isola di Ortigia, dove fino ad oggi si leggono toponimi che testimoniano la loro presenza. La giudecca si trovava fra strette viuzze medievali vicino l’ex via mastra Rua e via delle maestranze, dove fino ad oggi esistono resti della sinagoga e della vasca dove facevano i bagni rituali le donne ebree. I residui archeologici medioevali sono ancora visibili all’interno di un antico palazzo di proprietà privata. Si conservano a Siracusa pure lapidi di tombe ebraiche nelle catacombe di vigna cassia e nel museo di Palazzo Bellomo.

Messina fu città importantissima nel medioevo e tanti sono le prove documentali archivistiche che si conservano. Per Messina i riferimenti topografici sono più difficili da localizzare per i noti disastri causati da diversi terremoti. La maggiore concentrazione d’ebrei si trovava nel quartiere Paraporto tra il Duomo e il torrente Portalegni e oggi dovrebbe essere lungo Via T.Cannizzaro. La sinagoga di Messina era grande come quella di Palermo aveva forma ad esedra e si trovava dove poi fu costruita la chiesa di San Filippo Neri. Fonti ebraiche parlano di diverse sinagoghe in questa città che non sono facilmente localizzabili. Dopo la cacciata, molti ebrei messinesi si trasferirono ad Istanbul.

Catania è stata città un tempo occupata ampiamente dalla presenza giudea. Dall’attuale Piazza Dante fino a piazza Duomo trovavasi case e sinagoghe ebraiche numerose. Alcuni storici come il Policastro e Gaudioso hanno individuato due ghetti e in altre parole la giudecca di Susu e quella di Jusu con sinagoghe esistenti nell’attuale Via Recupero vicino la chiesa di San Cosmo e Damiano e in Via Sant’Anna. Probabilmente vi erano altre sinagoghe di cui non è certa l’ubicazione. A Catania è accertata una notevole attività legata all’esercizio della professione medica ed anche donne ebraiche esercitavano detta professione, come indicato sopra. Il fiume Amenano, che sotterraneo attraversa ancora oggi Catania, nel medioevo si chiamava Judicello, proprio perché attraversava una parte del grande ghetto di Susu e di Jusu.

Vizzini, aveva il ghetto nell’attuale cunziria che non fu solamente il luogo che vide il duello rusticano fra cumpari Turiddu e cumpari Alfio ma era sede attiva di una conceria ben avviata. Le concerie erano gestite quasi esclusivamente dagli ebrei proprio perché il mestiere era pesante e anche pericoloso in quanto si utilizzavano, nella concia delle pelli, sostanze velenose come il tannino. Vicino la cunziria fino ad oggi trovasi un macello a testimoniare che gli ebrei macellavano alla giudea, in altre parole kasher secondo la prescrizione talmudica, cioè sgozzando l’animale evitando la minor presenza di sangue nelle carni.

Mineo aveva insediamenti sotto la chiesa dedicata a Santa Agrippina, Caltagirone vicino all’attuale galleria Don Sturzo, Piazza Armerina Nel quartiere Piano Canali.

Naso in provincia di Messina, aveva una buona presenza in contrada Batia o Bazia, dove fino ad oggi si leggono nomi di strade che testimoniano quell’insediamento. Nello stesso quartiere di Badia trovasi una chiesa dedicata a Santa Maria della Catena che prima del 1492 era la sinagoga.

Taormina aveva la giudecca vicino porta Catania e la sinagoga quasi accanto al monastero di San Domenico. Dalle cronache del tempo si racconta che la vicinanza della sinagoga creava fastidio ai monaci cristiani, in quanto gli ebrei cantavano forte e disturbavano le liturgie.

Savoca aveva anch’essa una sinagoga i cui resti sono ancora visibili in quella che è chiamata oggi chiesa di San Michele.

San Fratello ha una contrada che fino ad oggi si chiama Catena e che era la giudecca. Ricordiamo che tutti i toponimi che in Sicilia indicano catena e le chiese di Santa Maria della Catena sono rispettivamente contrade abitate in quel tempo da giudei e sedi d’antiche sinagoghe. Questa affermazione si rileva dal libro dei fratelli Lagumina, codice diplomatico degli ebrei, vol III pag 276, 283, 485, 509, 560. Pertanto Acicatena è il ghetto di Acireale e diverse contrade siciliane ancora così si chiamano e attestano quest’antica realtà. A San Fratello fino ad oggi, durante la settimana santa si festeggia la festa dei giudei. I giudei di San Fratello organizzano un carnevale durante la settimana santa e sembra che prendano in giro Gesù e la passione. In realtà la festa non è altro che il residuo delle sassaiole e manifestazioni di violenza che i cristiani perpetuavano contro i giudei. Trattasi infatti, non di giudei, ma di fanatici cristiani che minacciano gli ebrei, sebbene questi non esistono più a San Fratello, e quindi la manifestazione assume un aspetto strano e anomalo.

Agira: trovasi una parte di un altare della sinagoga in altre parole un aron in stile gotico-catalano, oggi visibile e ricostruito nella chiesa del SS.Salvatore. Fu trasportato nel 1987 dall’oratorio di S.Croce che era l’antica sinagoga d’Agira. La sinagoga ancora è visibile con i muri in parte diroccati, necessita di un buon restauro.

 

Nel libro di Nicolò Bucarla: “Sicilia judaica”, sono indicati reperti e oggetti di tradizione ebraica in parte ancora rintracciabili e che si riferiscono ai seguenti comuni siciliani: Acireale, Agira, Agrigento, Akrai, Alcamo, Bivona, Caccamo, Calascibetta, Caltabellotta, Caltanissetta, Cammarata, Castelbuono, Castiglione, Castronovo, Castroreale, Catania, Caucana(Rg), Cittadella Maccari(Sr), Comiso, Enna, Erice, Gela, Lentini, Lipari, Marsala, Mazara del vallo, Messina, Monreale, Mozia, Noto, Palermo, Polizzi Generosa, Ragusa, Randazzo, Rosolini, Salemi, San Fratello, San Marco d’alunzio, Santa Croce Camerina, Sciacca, Scicli, Siculiana, Siracusa, Sofiana(Cl), Taormina; Termini Imerese, Trapani.

 
Santo Catarame


Note

[1] "Palestina" è la denominazione attribuita alla regione dall'Impero Romano nella prima metà del II secolo d.C. Per l'epoca di Gesù di Nazareth è perciò più corretto riferirsi al Regno di Giudea.


Bibliografia essenziale:

  • Giovanni Di Giovanni, “L’ebraismo della Sicilia ricercato ed esposto”, Palermo 1784;
  • Giuseppe e Bartolomeo Lagumina, “Codice diplomatico dei giudei di Sicilia”, Palermo 1885;
  • Isidoro La Lumia, “Gli ebrei siciliani”, ed. Sellerio. Palermo, 1992;
  • Nicolò Bucaria, “Sicilia Judaica”, ed. Flaccovio 1996;
  • Annali Storia d’Italia Einaudi, “Gli ebrei in Italia”, due tomi, 2004;
  • Attilio Milano, “Storia degli ebrei in Italia”, ed.Einaudi, 1963;
  • Matteo Gaudioso, “La comunità ebraica di Catania nei secoli XIV e XV”;
  • Henri Bresc, “Arabi per lingua ebrei per religione”, ed.mesogea, Messina 2001.

 

 

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